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Nasreen

FRAILTY, Thy Name is Woman!

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Garden. Il giardino alla fine del mondo - Emma Romero Per tutti coloro che si sono rallegrati del tanto atteso arrivo dei romanzi distopici in Italia, sarà sicuramente impossibile lasciarsi sfuggire uno dei primi libri di genere totalmente nostrani.
Garden. Il Giardino alla fine del Mondo di Emma Romero è, appunto, la nuova e prima uscita distopica della collana Chrysalide (Mondadori), arrivata nel mese di aprile nelle nostre librerie e che si è andata ad affiancare, sugli scaffali, accanto a titoli come Matched di Ally Condie (Fazi), Hunger Games di Suzanne Collins (Mondadori) e Divergent di Veronica Roth (DeAgostini).

Titolo affascinaste e mistero assoluto su questa autrice, che, come è stato più volte dichiarato, ha preferito adottare uno pseudonimo piuttosto che firmarsi col suo vero nome, hanno contribuito ad accrescere in maniera esponenziale l’attenzione dei lit-blogger e dei lettori.

Di Emma Romero non si sa molto, se non che è nata nel 1978, che è una grande appassionata dei romanzi di Philip K. Dick e dei film dell’orrore e che ha un cane di nome Kiwi che ama portare a spasso per le vie di Milano. Impossibile sapere altro se non che Garden, per quanto autoconclusivo, potrebbe essere in realtà accompagnato da un uno o due libri: in poche parole, potremmo essere di fronte a un’altra serie. Sospetto che sorgerà spontaneo al termine della lettura, dato che un seguito è praticamente doveroso per mantenere integro il valore di un romanzo come questo.
Andare per gradi è però d’obbligo. Di cosa parla Garden?

Le vicende di svolgono in un ipotetico futuro Rinascimento che vede l’Italia divisa in otto grandi terre, in cui gli scontri sono all’ordine del giorno. Il regno di Amor – se così vogliamo definirlo – in cui sembra regnare la pace assoluta è quello in cui vive la giovanissima Maite. Sedici anni, un fisico mingherlino e un po’ denutrito, un’acuta passione per la musica e un lavoro prettamente maschile impostale dall’Assegnazione.

“Un ammasso di automi, questo siamo diventati. Non credo fosse ciò che intendevano i nostri padri, quando dicevano che un giorno saremmo tornati grandi.”

Maite si impone di rispettare le regole, tutte, perché non rispettarle significa essere prelevati e terminati. Cancellati o uccisi possono essere varianti lessicali alternative, ma le persone non vogliono e non possono parlarne. In realtà non possono parlare di molto: tutta la loro esistenza è costantemente monitorata e diretta da una classe d’èlite che sembra giocare con le loro vite come un bambino con un mucchio di silenti soldatini. Neppure la musica è permessa, perché la musica, come dice la Costituzione, è caos e il caos porta alla degenerazione e alle guerre.

Il tasso di criminalità è ai minimi storici, ma tutte quelle persone che vengono prelevate – per aver commesso anche una minima infrazione – non rientrano nelle statistiche, anche perché a commettere quegli omicidi, che nessuno ha il coraggio di definire tali, è proprio il loro governo, su ordine del Presidente.
Ogni aspetto della loro esistenza è coordinato e regolato dal governo: cibo, acqua, lavoro, parole… pensieri. Perfino le sveglie e gli orologi sono sotto il dominio della classe dirigente, al punto che, una mattina, quella di Maite, non suona, lasciandola sognare il Giardino alla fine del mondo e portandola ad arrivare tardi al lavoro…

Il romanzo della Romero presenta tutti gli elementi principali di un buon distopico, nonché un ottimo pacchetto personaggi/trama. L’autrice scrive bene, ha infatti uno stile fluido e semplice che le permette di raggiungere immediatamente il lettore, fin dalle prime pagine in cui ci presenta Maite in tutta la sua silenziosa cocciutaggine.

Ci piace questa protagonista dalla forza interiore decisa, coraggiosa, ma anche fragile e timorosa di poter causare dolore alle persone intorno a lei. È interessante leggere del rapporto tra Maite e Luca, della giovane Erika e dell’amore incondizionato di Davide per la giovane fidanzata. Anche l’ambiguo figlio del Presidente, Einar, conquista l’interesse del lettore, addirittura più dello stesso Luca. Ma ci sono anche molti altri personaggi, con delle storie alle spalle, con caratteri differenti, ben assortiti e per niente scontati e che, purtroppo, non vengono trattati dall’autrice con la dovuta attenzione e accuratezza.
È questa la pecca più grande di Garden: la superficialità.

Un romanzo non deve essere necessariamente lungo, ma se si vuole creare un mondo nuovo, con regole e situazioni totalmente diverse da quelle reali o maggiormente conosciute, in questo caso lo scrittore deve approfondire, curare i particolari e tratteggiare con perizia quella scatola, quel palco, su cui vuol far muovere i suoi personaggi.

In Garden tutto questo non c’è. Le idee sono molte, la trama è interessante e accattivante, i personaggi anche, ma il tutto non viene sviluppato con il giusto equilibrio. Le azioni, gli eventi sono troppo veloci, i rapporti fra i personaggi poco approfonditi, il finale inconcludente. L’autrice afferma che Garden sia un romanzo autonclusivo, e che forse intende scrivere dei seguiti, ma così come stanno le cose appare chiaro che i seguiti dovranno esserci sicuramente. La struttura del libro è troppo simile a quella di un “prequel”, di un primo libro che un po’ zoppica, che racconta qualcosa ma troppo cela. Impossibile lasciare il potenziale di Garden non sfruttato, assolutamente improbabile.

Vista quindi in quest’ottica, il romanzo assume una nuova prospettiva, acquista valore e merita senza dubbio di essere letto, salvo valutare un ultimo particolare: dov’è l’Italia?
Se un romanzo, primo di un genere a sua volta poco sfruttato e conosciuto in Italia, viene ambientato in Italia, da una scrittrice italiana, ci si aspetta che il background venga descritto, curato e particolareggiato con attenzione e perizia. Speriamo davvero che sia il primo di una serie e che, nei prossimi, questi scivoloni da esordiente verranno sistemati.